
martedì 28 aprile 2009
Le "solite" buone notizie

domenica 26 aprile 2009
Ora e sempre RESISTENZA

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati.
Più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA
venerdì 24 aprile 2009
Discorso sulla Costituzione

”E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. primo- “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro “- corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.
E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!
E‘ stato detto giustamente che le costituzioni sono anche delle polemiche, che negli articoli delle costituzioni c’è sempre anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica, di solito è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime.
Se voi leggete la parte della costituzione che si riferisce ai rapporti civili politici, ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate e riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute. Quindi, polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino contro il passato.
Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente. Perché quando l’art. 3 vi dice: “ E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani. Ma no è una costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società in cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche, dalla impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anche essa contribuire al progresso della società. Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente. Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé.
La costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è - non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani - una malattia dei giovani. ”La politica è una brutta cosa”, “che me ne importa della politica”: quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava: E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e questo dice: “Se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda”. Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno e dice: “Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda!”. Quello dice: ” Che me ne importa, non è mica mio!”. Questo è l’indifferentismo alla politica. E’ così bello, è così comodo: la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che interessarsi alla politica. E lo so anch’io! Il mondo è così bello, ci sono tante cose belle da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica.
La politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica. La costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. E’ la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità di uomo. Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2 giugno 1946, questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori - il caos, la guerra civile, le lotte, le guerre, gli incendi. Ricordo - io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui - queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese.
Quindi, voi giovani alla costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto - questa è una delle gioie della vita - rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in più, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo. Ora vedete - io ho poco altro da dirvi -, in questa costituzione, di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato. Tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane. Quando io leggo nell’art. 2, ”l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, o quando leggo, nell’art. 11, “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, la patria italiana in mezzo alle alte patrie, dico: ma questo è Mazzini; o quando io leggo, nell’art. 8, “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”, ma questo è Cavour; quando io leggo, nell’art. 5, “la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo; o quando, nell’art. 52, io leggo, a proposito delle forze armate,”l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica” esercito di popolo, ma questo è Garibaldi; e quando leggo, all’art. 27, “non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria. Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti.
Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione.
mercoledì 22 aprile 2009
Grandezze e miserie del giornalismo: istruzioni per l'uso

Ma il giornalismo è stato la grande vocazione della mia vita. Vi confesso però che, sebbene abbia amato e continui ad amare questo mestiere, non posso consigliare a nessun giovane di intraprenderlo oggi, perché credo che il giornalismo sia ormai al capolinea.
Dovrebbe trasformarsi completamente, in un senso che non so prevedere. Sono attaccato a dei ricordi e provengo da una certa scuola, e a quest’età mi è molto difficile pensare a qualcosa di diverso. Spero per voi che abbia luogo una trasformazione completa, che tenga conto dei fatti gravi accaduti nel tempo - tra cui molte colpe e deviazioni dei giornalisti -, dell’ingresso di tecnologie nuove, di tutto un ribaltamento del costume. Il giornalismo classico, dal quale non mi saprei mai distaccare, è impossibile che si possa adeguare.
Quando cominciai, circa 60 anni fa, avevamo come tocco tecnologico la macchina da scrivere Olivetti Lettera 22, sulla quale continuo a scrivere. Non la producono più, per questo ne ho accaparrate presso gli antiquari cinque, che ho dislocato in vari punti. Oltre questo non posso andare. Io il fax non lo so usare, una cara persona se ne occupa per me, altrimenti non saprei neanche infilare il foglio. Noi giornalisti dobbiamo fare i conti con un nemico mortale. Anziché combatterlo, ci siamo messi al suo servizio: è la televisione. Ho le stesse idee di Popper, la televisione è la più grossa iattura che potesse capitarci, perché è stata utilizzata in modo tale da esserlo. I giornali sono diventati i megafoni della televisione, per questo troviamo titoli a otto o nove colonne su Pippo Baudo o la Parietti. La televisione potrebbe essere un grande strumento di cultura, ma non lo è. Questi però sono affari suoi. Ciò che è affar nostro è di esserci messi a fare i megafoni, copiandone anche i costumi e riconoscendone la supremazia.
L’Italia, oltre ad aver sempre mescolato il serio con il futile, ha sempre preso il futile come l'unica cosa seria. E noi non facciamo che adeguarci, portando agli eccessi questa perversione del nostro costume. Ma c’è di peggio. La televisione insegna ed apre la strada al protagonismo, che portato nel giornalismo ha effetti catastrofici. La televisione aizza quel pessimo incentivo tipico dei cattivi giornalisti, la ricerca a tutti i costi dello scoop. Se qualcuno di voi vorrà fare questo mestiere, sfuggite alla tentazione dello scoop! Ricordate che esso è la scorciatoia dei somari. Consente di arrivare prima, ma male. Il pubblico è uno strano animale, sembra uno che capisce poco ma si ricorda, e se vi giocate la sua fiducia siete perduti. Questa fiducia bisogna conquistarsela seriamente e faticosamente, giorno per giorno. Questo non ci mette al riparo dall’errore, ma impone l’obbligo di denunziare noi stessi, quando ci accorgiamo dell’errore, e di chiedere scusa al lettore. Se volete fare questo mestiere, ricordatevelo bene. È un mestiere che richiede molta umiltà, molta, e il protagonismo è in contrasto con questa legge fondamentale.
Oggi io vedo i direttori nuovi. Sono bravissimi, intendiamoci, hanno tra i 40 e i 50 anni, potrebbero essere miei figli. Ma non stanno in direzione, li ho sotto gli occhi, stanno nell’ufficio marketing, perché la cosa fondamentale di un giornale è la cosiddetta audience. L’audience procura pubblicità, perché un giornale non deve solo vivere, ma deve anche produrre soldi, soprattutto se vuole essere indipendente. Un giornale che deve chiedere soldi a qualcuno è per forza di cose suo servo. Io ho perso la Voce perché non riuscii a portarlo in attivo. È l’audience nelle sue forme più volgari che ci obbliga a involgarire il giornale, che per stampare deve battere questa strada. Questa strada però non ci conduce a niente. Noi avremo un giornalismo sempre peggiore perché sempre più in cerca di audience, sempre più in cerca di pubblicità e quindi sempre più portato ad assecondare i peggiori gusti del pubblico, invece di correggerli. Intendiamoci, il pubblico è sempre il nostro padrone, non si può prenderlo di petto ma lo si deve educare. Senza mostrarlo però, perché non c’è niente di peggio degli atteggiamenti da mentori. Non so se il giornalismo è capace di compiere un’evoluzione in questo senso, ma io non ne vedo i segni. Se io avessi 40 anni di meno, tenterei di nuovo di fare un giornale. Ora qualcuno si meraviglierà, ma seguirei la strada aperta dal mio arcinemico Ferrara con il Foglio. Quel giornale è probabilmente ciò che avrei dovuto fare io con la Voce, che non ebbi la forza e la possibilità di fare. Un giornale che adeguasse immediatamente i suoi mezzi ai costi, con poche pagine, che potesse fare a meno di gran parte della pubblicità, con dei giornalisti - ahimé - pagati poco. Ma noi siamo sempre pagati poco, questo mestiere non si fa per i soldi. Anzi, se incontrate un giornalista ricco, diffidatene. Il giornalismo non conduce alla ricchezza, può condurre al benessere, per carità. Io non mi lamento affatto, ho quanto mi basta e anche di più per campare bene. Ma il giornalista ricco è un giornalista che puzza perché si è servito del mestiere per raggiungere altri obiettivi. Un giornalista che si asservisce al mestiere - chiedendo scusa al procuratore Maddalena - lo fucilerei.
Come vedete non vi porto buone notizie, però, a questo punto, devo dirvi anche un'altra cosa. Avrò forse fatto un mestiere sbagliato, ma non lo rimpiango. Credo che il giornalismo in Italia abbia svolto una missione, quella di strappare la cultura italiana ai suoi fortilizi, alle sue cosche mafiose. Chiedo scusa di ricambiare così male la vostra ospitalità, ma devo dirvi che il giornalismo questo compito lo ha assolto per decenni, portando la cultura in mezzo al pubblico. La cultura italiana ne aveva un gran bisogno, perché non sa parlare al pubblico. Ha un linguaggio suo, intraducibile nel linguaggio comune. Forse voi sapete che io non ho molto di che compiacermi del ‘68 e di ciò che ho fatto lì, perché porto ancora addosso i segni e le tracce, ma, i moventi lontani di quei ragazzi che mi misero addosso un bel mucchio di pallottole, forse se avessi avuto la loro età li avrei condivisi. Mi sarei certamente allontanato perché il modo in cui volevano rifare le cose era sbagliato, ma qualcosa c’era. Nella ribellione a un certo modo baronale di intendere la cultura, qualcosa di giusto c’è.
Chi di voi vorrà fare questo mestiere, si ricordi di scegliere il proprio padrone, il lettore. Si metta al suo servizio e parli la sua lingua, non quella dell’accademia. Porti la cultura dell’accademia alla comprensione. Badate che questo è stato il più grave dei tradimenti commessi in Italia, e ne sono stati commessi parecchi. Volete le prove? Prendete un qualsiasi scritto di chiunque dell’Italia del ‘700 e mettetelo a confronto con le pagine dell’enciclopedia francese. Le pagine di Voltaire, di D'Alembert, sono chiare e limpide, tutto si capisce. Nelle altre non si capisce nulla: lingua togata, irreale, del principe. Lingua di cultura al servizio del signore, che poi è diventato partito. E quindi è anche peggiorata, perché era meglio servire un duca o un cardinale che un partito. Era meno ignobile, anche se era ignobile anche quello. Ricordatevi che la cultura in Italia non si è mai diffusa, quel poco che è stato fatto è stato fatto dal giornalismo. Se volete fare questo mestiere, questo è l’impegno che dovete assolvere. Per farlo non c’è sofferenza che ve ne possa sconsigliare, e questo mestiere è bellissimo. Non conduce a niente ma è bellissimo. Il giornalismo si fa per il giornalismo, e per nessun’altra cosa.
INDRO MONTANELLI
Inedito - L'ultima lezione all'Università
Montanelli: "Lo scoop scorciatoia dei somari", La Stampa
martedì 21 aprile 2009
Maurizio Pallante e l'Ambiente

domenica 19 aprile 2009
mercoledì 15 aprile 2009
Equilibri informativi

L’aspetto più comico, nel nuovo editto bulgaro, è il richiamo ai «necessari e doverosi riequilibri informativi, specificatamente in ordine ai servizi andati in onda dall’Abruzzo».
La trasmissione di Santoro, con tutti suoi difetti, oggi va difesa proprio perché alla Rai sono parecchio violati esattamente quei «riequilibri informativi» a cui fanno riferimento i vertici di viale Mazzini.
La Rai (non parliamo di Mediaset) è stata nei giorni del dopo terremoto molto, ma molto simile alla tivù birmana dopo il ciclone Nargis: enorme spazio ai papaveri del regime in visita, esaltazione acritica sul funzionamento dei soccorsi, promesse irrealizzabili sparse a ritmo serrato.
Mi chiedo quali «equlibri informativi» abbiano visto i vertici Rai nelle altre trasmissioni sul terremoto.
Una nota a parte per l’allontanamento di Vauro, se possibile ancora più vergognoso: con l’ipocrita motivazione della «pietà per i defunti» (è stato punito per la vignetta qui sopra) si realizza la più classica e autoritaria censura della satira.
Comunque, non è che l’inizio. Fra poco arrivano i nuovi direttori dei Tg, e allora vedremo da vicino che cosa intenda la maggioranza per «equlibri informativi».
Equilibri informativi, Alessandro Gilioli, Piovono Rane, L'Espresso
martedì 14 aprile 2009
venerdì 10 aprile 2009
Italia dall'Estero

Durante il più lungo dei suoi tre mandati come Presidente del Consiglio, Berlusconi non solo è riuscito a consolidare la propria posizione di per sé già forte nell’industria italiana delle telecomunicazioni, di cui possiede attualmente circa la metà, ma è anche riuscito a fare approvare alcune leggi che gli garantiscono l’immunità giudiziaria. Quando la precedente legge è stata poi dichiarata incostituzionale, il neo-eletto Berlusconi l’ha ripresentata sotto nuove spoglie l’anno scorso ed è riuscito a farla approvare.
Il successo di Berlusconi è dovuto in parte alla sua audacia, ma soprattutto alla crescente debolezza dei suoi avversari. La sinistra italiana, in particolare, non è riuscita ad organizzare un’opposizione efficace. Eppure l’ultima mossa di Berlusconi, messa a punto ieri, che consiste nell’ingresso di Alleanza Nazionale - partito che nasce direttamente dalla tradizione fascista di Benito Mussolini - nella sua nuova formazione, il Popolo delle Libertà, potrebbe lasciare un segno più profondo nella vita pubblica italiana di qualsiasi altra azione fatta in passato dal magnate populista.
A differenza della Germania postbellica, l’Italia del dopoguerra non ha mai fatto i conti con la propria eredità fascista. Il risultato è che mentre in Germania il neofascismo non è mai riaffiorato seriamente, in Italia ci sono stati importanti segni di continuità, tra cui leggi e funzionari ereditati dall’era Mussolini e la rifondazione postbellica del rinominato partito fascista, a dispetto di una cultura pubblica in principio anti-fascista. Queste continuità stanno diventando più forti proprio ora. È un giorno di vergogna per l’Italia.
Alleanza Nazionale, tuttavia, ha fatto molta strada negli ultimi 60 anni. Il suo capo, Gianfranco Fini, ha abbandonato le vecchie ideologie politiche e ha diretto il partito verso il centro. Ha lavorato per più di 15 anni come alleato di Berlusconi. Parla della necessità del dialogo con l’Islam, denuncia l’antisemitismo e sostiene l’idea di un’Italia multietnica, posizioni che difficilmente si conciliano con quelle di Berlusconi, noto per le sue campagne populiste contro i rom e gli immigrati e propenso ad un razzismo leggero.
Nonostante le sue lontane origini liberali, l’Italia moderna è storicamente un paese di destra. Eppure, è sconvolgente pensare che tra i 20 capi mondiali che si incontreranno questa settimana al vertice sull’economia a Londra ci sarà un capo di Stato che ha ricostruito oggi la propria base politica sulle fondamenta gettate dai fascisti e che afferma che è probabile che come risultato la destra resterà al potere per generazioni.
giovedì 9 aprile 2009
La Terra impazzita
La Terra impazzita e quell’urlo: «Altre bare»
Le regole e i sistemi che bisogna adottare e i giuramenti mai mantenuti
Continua qui
Eroi e vecchi camion, le due Italie
Fantastica dedizione e piccoli egoismi, i contrasti (storici) di un Paese in emergenza
[... inizia qui] È l’Italia. La «nostra» Italia. Piccoli egoismi e fantastica dedizione, efficienza e sciatteria, ripiegamenti individualisti e straordinario altruismo di uomini e donne accorsi da tutte le contrade a dare una mano. Nonostante le paure per uno sciame sismico che pare non finire mai. I cani, nel centro del capoluogo, sono nervosi. Sembrano sentirli prima, loro, gli scrolloni della terra. Gli esperti dicono che è così da sempre. Che secondo Diodoro Siculo, pochi giorni prima che un sisma annientasse la città greca di Elice, nel Peloponneso, nel 373 a.C., i ratti e le donnole e i serpenti avevano abbandonato la città. E che tre giorni prima della spaventosa scudisciata che qualche tempo fa sconquassò la cinese Mianzhu uccidendo duemila persone, migliaia di rospi in fuga si erano riversati per le strade. E che gli etruschi, per capire, guardavano le vipere. Come noi oggi, mentre i sismologi si avventurano tra i diagrammi, ci accorgiamo di buttare un occhio, inquieti, su ogni bastardino che scodinzola tra i cornicioni sbriciolati. Mentre una Volante passa per il corso principale con l’altoparlante a tutto volume per cacciare i rarissimi passanti che affrettano il passo: «Via da queste strade! Via da queste strade!».
[...]
mercoledì 8 aprile 2009
martedì 7 aprile 2009
«Ogni disprezzo alla mafia e ai suoi sostenitori»

Neanche la memoria a Catania ha cittadinanza. Report ha acceso i riflettori sulll'intreccio di affari che governa la città etnea: il "sistema Catania". Nella stessa puntata de I Vicerè - in un breve passaggio - Dario Montana, fratello del commissario di polizia ucciso da Cosa nostra, racconta un'altra storia - breve e dolorosa - che si svolge, nella redazione de La Sicilia, tre mesi dopo l’omicidio del fratello. A distanza di quasi 24 anni neanche questi episodi che allora fecero notizia oggi trovano cittadinanza nella memoria collettiva. Abbiamo intervistato Dario Montana per capire come andarono i fatti nel trigesimo della morte del fratello Beppe, quando La Sicilia decise di non pubblicare il necrologio della famiglia Montana in memoria del commissario.
Da 23 anni la mancata pubblicazione del necrologio è un fatto risaputo. Dopo I Vicerè c’è stata una nuova precisazione da parte della testata che all’epoca non pubblicò il necrologio in memoria di suo fratello. Può dirci come andarono i fatti quel giorno?
Certo, è un fatto di dominio pubblico, all’epoca già raccontato dalla stampa nazionale, da Repubblica all’Unità e di cui mio padre mise a conoscenza con una missiva anche la Commissione antimafia del tempo. Le cose andarono dunque come riportano i giornali citati e come mio padre raccontò più volte. Alla presentazione del necrologio nel quale c’erano scritte solo le seguenti parole “"La famiglia con rabbioso rimpianto ricorda alla collettività il sacrificio di Beppe Montana, commissario di P.S. Rinnovando ogni disprezzo at mafia e suoi anonimi sostenitori” l'addetto chiese a mio padre di attendere davanti allo sportello. Andò nella stanza del direttore e tornò con il suo diniego alla pubblicazione. Un no che arrivava dal parere congiunto dell’editore – direttore e dal suo vice Conigliaro.
E dopo come andarono le cose? Il giornalista Tony Zermo su La Sicilia scrive che “chi aveva portato il necrologio l'aveva subito ritirato e se n'era andato indispettito”…
Altra inesattezza. Mio padre con lucidità attese allo sportello, chiese di scrivere sul foglio le motivazioni che portavano al rifiuto del telegramma ("testo respinto allo sportello su disposizione del Vicedirettore Conigliaro e del Direttore Mario Ciancio”) e fece controfirmare ad un testimone l’esatta dinamica dei fatti.
Nella puntata di Report lei legge in favore di telecamera le parole che componevano in quell’ottobre del 1985 il ricordo che la famiglia Montana chiedeva di pubblicare in memoria del proprio caro sull’unico quotidiano della città. Nonostante ciò il giornale sostiene oggi che il necrologio contenesse "illazioni": di che si tratta?
Si, nello stesso articolo comparso il 18 marzo di questo mese su La Sicilia si precisa che la motivazione con la quale sarebbe stato respinto il necrologio all’epoca fu correlata alla presenza di riferimenti ad “alti mandanti istituzionali”. Semplicemente nel foglio non c’è traccia di questa frase, l’ho mostrato in telecamera, ne abbiamo copia ufficiale.
Com’è possibile pubblicare il falso su un fatto di questa portata?
E’ accaduto. E le repliche di questi giorni ci lasciano sgomenti tanto quanto il silenzio che c’è stato in città. Eccezion fatta per un comunicato firmato da Antonio Condorelli (giornalista - collaboratore della puntata I Vicerè, ndr) nel quale si esprime solidarietà e condivisione alla famiglia Montana e qualche nota di politici, per il resto tutto è rimasto in silenzio.
Era il 1985. Un anno prima moriva a Catania ucciso dalla mafia (mandante la famiglia Santapaola) il giornalista Pippo Fava. Il quotidiano La Sicilia non pubblicò il necrologio presentato dai famigliari che avevano osato scrivere "ucciso dalla mafia". In sostanza la parola mafia non si poteva scrivere sull’unico quotidiano della città. Avvolta in una amnesia collettiva, Catania è rimasta immobile, silenziata e sospesa. Come la sua diversa democrazia e da oggi registriamo anche, la sua "differente" memoria.
«Ogni disprezzo alla mafia e ai suoi sostenitori», Libera Informazione
sabato 4 aprile 2009
Promemoria. 15 anni di storia d'Italia ai confini della realtà

Promemoria è la novità editoriale di Marco Travaglio. Un libro in formato inedito per il giornalista torinese che per la prima volta propone un suo testo accompagnato da un Dvd con le riprese dello spettacolo omonimo, vero e proprio fenomeno della stagione teatrale in corso, accolto ovunque con il tutto esaurito.
Promemoria (collana Promo Music Books) descrive i fatti che intercorrono dagli anni di Tangentopoli fino ai nostri giorni. Nel racconto di Travaglio sfilano le vicende che abbiamo visto scorrere sotto i nostri occhi, e spesso sentito sulla nostra pelle, negli ultimi quindici anni di cronache italiane: Tangentopoli, le stragi di mafia, i ricatti incrociati della politica, l’attacco alla Costituzione.
Un promemoria per non dimenticare, proposto da un giornalista che, come ha detto Indro Montanelli, “non uccide nessuno con il coltello, ma usa un’arma molto più raffinata e non perseguibile penalmente: l’archivio”.
In un paese che dimentica con facilità la sua storia, far riaffiorare il ricordo di eventi rimossi nel giro di pochi anni costituisce già in sé un atto eversivo, una sfida al potere opprimente dell’oblio. In Promemoria Travaglio fa ampio ricorso alla sua tagliente, feroce ironia, quello stile corrosivo che è ormai il tratto inconfondibile del suo lavoro di giornalista. Ma l’autore non rivendica a sé tutti i meriti: “I testi sono miei. Le battute migliori sono dei politici”.
Il libro offre una lettura implacabile di documenti, connessioni, storie, citazioni di atti processuali, intercettazioni, interrogatori, e denuncia la corruzione morale e l’incapacità politica della nostra classe dirigente. Usando un linguaggio semplice e trasparente, Promemoria si presenta in forma di memorandum, suddiviso in sei quadri più un epilogo. Il percorso parte dalle ceneri della prima Repubblica, per arrivare sino ad oggi, dai sette milioni di tangenti a Mario Chiesa che innescarono Mani pulite, allo stalliere mafioso di Arcore, dalle spartizioni delle tangenti tra Dc, Psi, Pci e gli altri partiti, al rimpianto finale per gente onesta come Ambrosoli, Borsellino e Berlinguer. E a Berlinguer è dedicato il finale di Promemoria. Travaglio riporta un estratto della celebre intervista a Eugenio Scalfari sulla questione morale del 28 luglio 1981. “Quale politico oggi sarebbe capace di parlare così?”, conclude Travaglio. “Forse è il caso di portarcelo Berlinguer, nel Pantheon del Partito Democratico, anzi in tutti i Pantheon di tutti i partiti: perché, da morto, è molto più vivo di tanti morti viventi”.
Al libro è allegato il Dvd dello spettacolo che documenta l’inedita esperienza teatrale di Travaglio. Il giornalista si presenta per la prima volta sul palco nel ruolo di narratore, capace di calamitare su di sé l’attenzione del pubblico. Nel suo teatro civile Travaglio coniuga l’implacabile impegno giornalistico con la musica che intervalla le parti del testo. Il pubblico si appassiona e si lascia trasportare in un viaggio dalle tinte contrastanti, ora ironico, ora drammatico, a tratti senza speranza.
Fonte
venerdì 3 aprile 2009
Comunicato Stampa degli Amici di Pino Masciari
SALVATE PINO MASCIARI!
Noi suoi amici siamo profondamente preoccupati perchè conosciamo la determinazione di Pino quando si tratta di difendere i diritti della sua famiglia ancor prima dei suoi.
Per questo lanciamo l'appello per interrompere il suo gesto, nell'unico modo possibile: che il Ministero degli Interni attui la sentenza del TAR che specifica sicurezza, reinserimento sociale e lavoro per la famiglia Masciari.
Dodici anni di sofferenza ed esilio sono un prezzo altissimo che i Masciari hanno pagato con dignità, senza mai rinnegare la scelta fatta.
E' ora che questo Stato riconosca loro quanto dovuto.
Per questo chiediamo a tutta la società civile di impegnarsi in azioni che sbilancino il Ministero nell'unica direzione ammissibile, per riconoscerci TUTTI in uno Stato di Diritto.
Sempre accanto alla famiglia Masciari, soprattutto in questo momento determinante.
gli amici di PIno Masciari
giovedì 2 aprile 2009
Comunicato Stampa di Pino Masciari

” Dico Basta! voglio vivere pienamente o morire!”
Il 7 aprile a Roma, alle ore 10, l'imprenditore e testimone di giustizia Giuseppe
Masciari inizierà lo sciopero della fame e della sete.
Cittadino che ha denunciato la 'ndrangheta, Giuseppe Masciari vive da 12 anni sotto il programma di protezione che ha "sospeso" la sua vita, comportandogli privazioni e sofferenze patite unitamente alla sua famiglia .
Il Tar Lazio, in data 23 gennaio 2009, dopo ben quattro anni di attesa, ha emesso la sentenza sul ricorso presentato dal Masciari nel 2004 contro la revoca del programma di protezione cui era sottoposto.
Ad oggi, tale sentenza non trova attuazione da parte del competente Ministero degli Interni, nonostante la richiesta di ottemperanza.
L'estremo gesto di protesta a cui ora Giuseppe Masciari si accinge è una costrizione dettata dalla necessità di vedere riconosciuti i diritti, suoi e della sua famiglia, a vivere in sicurezza e a riprendere una attività lavorativa, anche se non più da imprenditore quale egli era precedentemente alla denuncia .
La protesta avrà luogo nei pressi del Palazzo del Quirinale, in quanto riferimento istituzionale della garanzia dei diritti costituzionali della Repubblica Italiana.












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