venerdì 23 ottobre 2009

Ignazio Marino: Il talento? «In Italia è difficile farlo emergere».



Ignazio Marino guarda dritto negli occhi e sorride spesso. Comunica energia e nello stesso tempo un profonda sensazione di calma: nessuna traccia della foga e dei virtuosismi del politico consumato. Chirurgo specialista in trapianti d'organo, una ventina di anni trascorsi fra Gran Bretagna e Stati Uniti, senatore dal 2006, amante della musica con un rimpianto, " quello di non aver imparato a suonare uno strumento". Il "terzo uomo" nella corsa alla Segreteria Nazionale del Partito Democratico nella settimana delle primarie parla del talento, del merito, del lavoro, del precariato che sono in prima linea nel suo programma.

Professor Marino, che cos'è il talento?

Un aspetto affascinante dell'essere umano. Difficile però da far emergere. E la scuola pubblica italiana offre certamente un buon bagaglio di nozioni ma non gli strumenti per riconoscerlo. Il sistema anglosassone – più carente dal punto di vista nozionistico- si pone invece come obiettivo lo sviluppo della personalità dell'individuo, seguendo le sue qualità naturali.

Risultato?


La formazione di una persona felice che può investire le doti in maniera produttiva a vantaggio suo e della società. Una sintesi del nostro modello e quello anglosassone. Già dalle elementari è necessario investire nell'arte, nell'educazione musicale, in quella fisica, che non significa solo fare una corsa in Palestra. I bambini "vanno esposti" alle discipline. Mi piacerebbe "importare" dall'America, il Programma ombra". Si svolge nei licei e dà la possibilità agli studenti, durante la pausa estiva, di seguire durante tutta la giornata, un gran letterato, un chirurgo, un avvocato. E'un metodo a costo zero che permette ai ragazzi di capire se davvero sono portati per una determinata disciplina.

Che cosa fa il nostro paese per utilizzazione il talento nel mondo del lavoro?

Il problema principale della società italiana è la mancanza della cultura del merito. Invece bisogna dare la possibilità ai giovani di "correre alla pari". Nel 2006, alla vigilia del mio ritorno in Italia, i ricercatori italiani mi hanno salutato dicendomi "non riuscirai mai a far sì che i ricercatori siano valutati sulle reali capacità". Una ferita e una sfida. Così nel 2007 ho inserito nella legge finanziaria un provvedimento nuovo. 82 milioni di euro (solo il 10 per cento dei finanziamenti pubblici per la ricerca, ma comunque un inizio) assegnati da una commissione di giovani scienziati sotto i 40 anni, 5 italiani e 5 stranieri, a un giovane ricercatore sotto i 40 anni. Nel 2008 sono stati esaminati 1720 progetti scientifici e ha vinto una trentenne che l'anno prima era stata scoraggiata a presentarsi al concorso universitario per ricercatori.

Che cosa pensa dello studio sula Mobilità Sociale della Fondazione Italia Futura di Luca Montezemolo? E come vede le proposte fondo opportunità, pacchetto giovani famiglie, affitti di emancipazione?

Abbiamo bisogno di strumenti che aiutino i ragazzi a entrare nel mondo del lavoro. Quindi concordo. A me piacerebbe molto favorire il microcredito per giovani volenterosi che vogliono lanciarsi in piccole iniziative imprenditoriali. Lo vedo come elemento di rilancio dell'economia nel sud del Paese.

Ma come aiutare piccole imprese allo start up?

Con un prestito non più basato sulla garanzia di solvibilità. Altrimenti chi possiede grande talento e poco denaro non potrà mai emergere. Ma su Studi, di grande responsabilità da parte delle Banche, in grado di valutare la reale capacità di una persona a realizzare un progetto. Per i giovani soprattutto penso anche al "business incubator". E' un fondo pubblico di 20 milioni di euro da destinare al finanziamento dei 20 progetti più interessanti presentati.

Formazione. Solo per i giovani?

No. La formazione continua deve diventare un diritto per tutti. Ora solo un over40 ogni 1.000 ne ha l'accesso. Uno spreco. Il talento non diminuisce con gli anni. E oggi l'aspettativa di vita è di circa 85 anni…Poi l'uscita della crisi richiederà nuove competenze. Un contratto unico con flessibilità variabile e protezioni graduali che crescono nel tempo. Così un giovane può davvero andare a vivere con la propria compagna, fare un figlio, chiedere un mutuo.

Ma non crede che la maggior parte dei giovani italiani sogni ancora il "posto fisso"?

Molti sì ma, penso, solo per sfiducia. Paura. Crescono con la consapevolezza dell'ingiustizia di una società che troppo spesso premia "i raccomandati" e non "i meritevoli".

Secondo l'82 per cento delle studentesse italiane che hanno risposto all'indagine di Intercultura sulla diversity, nascere donna è ancora uno svantaggio nell'accesso al mercato del lavoro…

C'è un'eccezione, Il campo della Medicina. Sta diventando prevalentemente femminile ed entro il prossimo decennio obbligherà l'Italia a un cambiamento. A meno di non lasciare "sguarniti" gli ospedali, i primari saranno donne. Crescerà il numero degli anestesisti, dei chirurghi-donna. Anche l'ambiente lavorativo dovrà adattarsi con la creazione di asili nido e strutture di supporto. Comunque, il divario donna-uomo nel lavoro esiste. Se la differenza salariale, a parità di posizione è del 2 o 3%, il "lordo totale" delle donne come gruppo, è più basso del 25% rispetto ai maschi. Significa che alle donne è preclusa, di fatto, la possibilità di raggiungere posizioni apicali nella professione.

Di "cervelli in fuga" si è ampiamente parlato. Ma di "rientro di cervelli"?

Durante la legislatura 2001-2006, ero ancora negli Stati Uniti, ci fu una proposta per favorire il rientro. Il progetto Moratti è fallito per la per chiusura del mondo accademico italiano che ha preferito rinunciare ai fondi piuttosto che favorire un "estraneo". Qualcuno che non aveva fatto parte del clan.

Ignazio Marino: Il talento? «In Italia è difficile farlo emergere», Intervista su Il Sole 24 Ore

giovedì 22 ottobre 2009

Lotta alla pedofilia: la lacerante condizione dei bambini abusati.



A Phnom Penh - in Cambogia - comprare il corpicino di un minore è cosa usuale. Ogni giorno, l’esercito dei bimbi abusati si ingrossa. L’età a volte non raggiunge i cinque anni: bambole senza anima per adulti incomprensibili. I trait d’union fra i “villeggianti del sesso” ed i minori da abusare, sempre più spesso sono gli stessi parenti dei bimbi: fratelli, padri, sorelle. Per una manciata di riso, in un paese dalle condizioni economiche tragicamente critiche, si fa qualsiasi cosa: persino condannare all’orrore chi dovrebbe essere accolto come un pulcino nel nido. Al caldo. Fra braccia protettive. La prostituzione dilaga, ed anche nei bordelli della capitale cambogiana, è uso “offrire” ai clienti bambine che spesso non superano i dieci anni. Vergini. Un “bene”. Un “capitale” da far fruttare. Merce rara.


L’omertà qui non è di casa. Si fa tutto alla luce del sole. Le istituzioni spesso chiudono un occhio. A volte tutti e due. Sporadicamente viene effettuato qualche controllo. Ma


Nel resto del mondo cambiano le metodiche. L’omertà la fa da padrone spesso e volentieri. E’ il silenzio di chi sceglie di celare una violenza senza pari. Senza ragione. Senza umanità. Bimbi usati come contenitori di voglie oscure. Desideri infami. Storture psichiche. E’ l’omertà di chi non sa che fare. E sceglie il silenzio. Producendo ancor più danni – se fosse possibile – dei danni inferti al corpo ed all’anima di milioni di minori in tutto il mondo ogni giorno dell’anno.


Bambini oggetto di desideri indesiderabili. Oggetto di pulsioni irrefrenabili. Che scatenano violenza immane. Che producono strappi e lacerazioni non solo al corpo ma al cuore ed all’anima di chi li subisce. Esasperazioni di adulti indecisi fra la psicopatia e desideri sessuali sfrenati, che devono ad ogni costo trapassare i limiti dell’accettazione per generare soddisfazione.

Una parte di mondo sa. E tace. L’altra parte subisce. E non sa che fare. Molti osservano. Poi, girano la testa dall’altra parte. Incredibile reazione ad un dramma che colora di rosso sangue le generazioni infantili dei millenni e dell’attualità.


Realtà che travalica ogni livello: la pedofilia non conosce differenze sociali, culturali, etniche. Esiste ovunque esiste un minore ed un adulto che tendenzialmente trova soddisfazione nel manipolare un essere senza alcuna volontà ne capacità di reazione. E’ il possesso assoluto. Unico. E per questo magnificato nella mente di coloro che non potrebbero mai ottenere lo stesso possesso in un pari di età.

In tutto il mondo, ogni minuto un minore subisce violenza. Mentre batto sui tasti della tastiera, ecco che un bimbo viene oltraggiato. Ancora uno. Un’altro...un’altro.

Il pensiero è enorme quanto abominevole. Pensare che mentre siamo al caldo ed al sicuro in qualche posto di questo folle mondo, un esserino stia subendo un oltraggio fisico o attenzioni morbose spinte all’eccesso, fa salire un tremito di orrore misto a disgusto.

Ci sono luoghi in cui la tratta dei bimbi è uso comune. Esistono posti ove l’infanzia non trova alcuna protezione. Esistono adulti che sono disposti a tutto per entrare in possesso di un piccolo corpo: il denaro in molti casi, fa compiere atti che trascendono il senso di Umanità. La fame, smorzata dal dolore di un bimbo che piange. Abusato, terrorizzato, usato, gettato via.


Il senso della Vita si perde dentro un secchio della spazzatura. Sembra che una grossa fetta dell’umanità non pensi ad altro che a soddisfare esasperate visioni sessuali. L’Essere Umano si tramuta in bestia. Frenetico cacciatore di sensazioni estreme. La materializzazione di un desiderio osceno è prioritaria rispetto a qualsiasi ragionamento. A qualsiasi etica. Il desiderio E’ prioritario. I bambini vengono dopo. Semmai.

Molti adulti non vedono. Segnali di fumo che gli stessi bambini non sanno generare. La mente di un piccolo abusato, usa la strategia della rimozione. E ad ogni nuovo abuso una nuova rimozione. Violenze stratificate. Cementate. Occultate. Che un giorno però. Potrebbero esplodere tutto insieme. E magari, generare altra violenza.


Continuo a battere sui tasti: ogni tasto un bambino abusato. L’orrore mi fa desiderare di urlare. Di urlare tutto ciò che molti scelgono di tener segreto. Per ogni bimbo violato, un adulto da condannare. Nessuna comprensione. Nessun rispetto. Ma la regola del “gioco” non presuppone condanne. Ognuno torni al suo posto. Dopo. Dopo aver fatto il danno. Un adulto di qua. Un bambino di là. Soddisfazione ed orrore. Pesante contributo alla bestialità umana che non viene curata ne sollecitata alla riflessione. Intanto, mentre il mondo segue altre priorità, il futuro è costellato di adulti abusati durante l’infanzia. Una catena che non conosce fine. Un orrore tessuto nella maglia di una Società ormai andata a male. Sconfitta. Aggredita. Abusata.


Un corpicino che non troverà calore.. Se non quello di un’altro corpo, troppo adulto per non fargli male.


Lotta alla pedofilia: la lacerante condizione dei bambini abusati, Emilia Urso Anfuso


mercoledì 21 ottobre 2009

Verso Contromafie



Gli Stati Generali Antimafia indetti da Libera parleranno ai vivi, ma non scorderanno i morti.

Per il dovere della memoria, ma ancor più perché affermare i diritti di tutti contro il crimine e la corruzione è combattere la stessa battaglia nella quale tanti hanno perso la vita. Significa che la loro battaglia è ancora aperta e che va portata avanti, se non vogliamo che ne resti solo il rimpianto. Un’identica battaglia, nonostante molti non l’abbiano capito o fingano di non averlo compreso, per convenienza o per viltà o, come gran parte dei media, l’abbiano rimosso per ignavia e per i condizionamenti del potere.

Nonostante gli assassinati rappresentino la parte migliore del nostro mestiere e ci indichino oggi la strada da seguire, la difesa a oltranza della libertà di stampa, mentre si fa più pesante la pressione intimidatrice, l’aria mefitica del regime, l’attacco in corso contro le istituzioni e i diritti di tutti i cittadini a essere informati. Per questo motivo, sentiamo la necessità di rivolgere la parola ai giornalisti assassinati dalle mafie, ai loro familiari, ai magistrati, agli investigatori, a tutti coloro che non considerano quei delitti come numeri negli archivi, mummificati da sentenze che non hanno chiarito moventi, mandanti, complicità, situazioni ambientali.

Per questo vogliamo rivolgerci a coloro che sono stati colpiti negli affetti più cari, ma che non si arrendono. Penso a Claudio ed Elena Fava, che portano avanti con orgoglio l’eredità di Pippo Fava, ma Claudio deve poi scrivere nel suo “I disarmati” delle tante occasioni perdute e di quelle tradite, in un’Italia malgovernata e disinformata, in una Catania ancora prigioniera del malaffare e della corruzione. E ai giornalisti della nidiata de “I Siciliani”, cronisti coraggiosi e penne di grande valore, poi dispersi nel mare del mercato editoriale, ma a volte, come per Riccardo Orioles, animatori di mille battaglie sconosciute, tenacemente costruite dal basso, formative per tanti altri giovani. Senza soldi, ma anche senza paura.

Penso a Mauro Rostagno e alle tormentate vicende che hanno dovuto affrontare la figlia Maddalena, la sua compagna Chicca e la sorella Carla, per tenere aperte indagini che portassero a una verità ancora lontana, ma per la quale si sono adoperati cittadini, magistrati capaci come Antonio Ingroia, validi investigatori come Giuseppe Linares a Trapani.

Penso a Giovanni Impastato, che in ogni parte d’Italia porta non solo il ricordo di Peppino, di Radio Aut e della lunga guerra giudiziaria per fare emergere una verità nascosta, deformata da complicità e silenzi, ma anche per difendere il patrimonio civile e morale di suo fratello dagli atti di aggressione e sottocultura che si susseguono ormai nel Paese.

Penso a Sonia Alfano, che ha trasferito nel parlamento di Strasburgo l’impegno civile cresciuto dopo l’uccisione del padre Giuseppe. Penso a Paolo Siani, che porta il sorriso gentile del fratello Giancarlo, assassinato a 26 anni, nel cuore di manifestazioni che premiano giovani che hanno scelto la strada del giornalismo d’inchiesta, in un film, nella pubblicazione di articoli che ridanno il senso di una passione civile e professionale, oggi insultata e aggredita come mai è avvenuto in un paese democratico.

Penso a Mauro De Mauro e alla sua famiglia, che ancora non sa dallo Stato perché, come e da parte di chi il giornalista de “L’Ora” di Palermo fu rapito e ucciso quarant’anni fa, sullo sfondo di cospirazioni contro le istituzioni, deviazioni, intrecci che riportano agli inquietanti segnali che costellano anche questi nostri anni e che si profilano nell’immediato futuro.

Penso al giovanissimo Giovanni Spampinato, ucciso nel ’72 a Ragusa e a suo fratello Alberto, che tanti anni dopo ne ha tratteggiato la drammatica storia in un bel libro, mentre sta formando un osservatorio appoggiato dalla FNSI per non lasciare soli e indifesi i giornalisti, circa 200 negli ultimi anni, aggrediti o minacciati dalle mafie per il loro impegno di lavoro. Una cifra enorme, non conosciuta, che ricorda tristemente alcuni paesi latino-americani in mano ai narcotrafficanti.

Penso alle battaglie condotte dalla famiglia di Mario Francese per riaprire l’inchiesta ormai chiusa sull’uccisione del bravissimo cronista del “Giornale di Sicilia” e al mistero che ancora circonda l’assassinio di Cosimo Cristina, il primo giornalista ucciso nel 1960.

Penso infine a Giorgio e Luciana Alpi, indomiti genitori che chiedono da 15 anni verità e giustizia sulla morte di Ilaria, assassinata a Mogadiscio insieme con l’operatore Miran Hrovatin, mentre realizzava una delicatissima inchiesta sui traffici d’armi e rifiuti tossici con l’Italia, dove anche gli interessi mafiosi erano presenti. Mentre emerge la realtà delle “navi dei veleni” affondate nel Mediterraneo, con la rete di complicità e gli intrecci affaristici che ne formano lo sfondo, l’attualità di questo giornalismo colpisce come uno schiaffo morale coloro che vogliono imporre il bavaglio alla libertà di stampa, annullando i pochi spazi critici non piegati dal conformismo e dalla subalternità al potere che sta stravolgendo il Paese.

Se ne parlerà a Contromafie.

E il respiro che ancora sale dalle vite spezzate di quei nostri fratelli, caduti sul fronte delle notizie come gli inviati di guerra, farà più forte l’impegno.


Verso Contromafie, Roberto Morrione, Libera Informazione

lunedì 19 ottobre 2009

Mediaset e i terroristi dell'etere



Per giorni, su il "Fatto Quotidiano", avevamo scritto che i media del Cavaliere si stavano preparando a dare una lezione a Raimondo Mesiano, il giudice "colpevole" di aver quantificato in 750 milioni di euro il danno subito dalla Cir di Carlo De Benedetti in seguito alla corruzione, da parte degli avvocati Fininvest, del giudice di Roma, Vittorio Metta, uno dei tre magistrati che, nel 1991, con una loro sentenza regalarono la Mondadori a Silvio Berlusconi.

Tra ieri e oggi la punizione è arrivata. "Il Giornale", in spregio a tutte le regole deontologiche, ha utilizzato una testimonianza anonima per tentare di dimostrare che Meisano era un pericoloso sostenitore di Romano Prodi. Canale 5, in una trasmissione della mattina cui sono soliti collaborare il direttore di "Chi", Alfonso Signorini, e i suoi cronisti, ha invece trasmesso delle immagini del magistrato riprese con telecamera nascosta. Per due giorni Meisiano è stato infatti costantemente pedinato.

Poco importa che lo scandalo annunciato dal premier-padrone Berlusconi ("su di lui ne vedremo delle belle" aveva detto) non sia esploso perché, evidentemente, su questo magistrato non vi era nulla da raccontare. Berlusconi, infatti, ha vinto lo stesso. Ha lanciato un messaggio preciso: d'ora in poi utilizzerò apertamente non solo i miei giornali, ma anche le mie televisioni, per tentare di distruggere chiunque intralcia il mio cammino. Insomma si colpisce Mesiano, per educarne altri cento.

Si tratta di un metodo tra il terroristico e il mafioso. I giornalisti che partecipano a questo gioco si chiamano complici e non sono semplici dipendenti del Cavaliere che piegano la schiena per salvare la carriera o il posto di lavoro. E complice è pure chi fa finta che tutto questo sia normale. Mentre "Il fatto" raccontava come si stesse preparando la trappola e ricordava le agghiaccianti minacce del capo del governo, quasi tutti tacevano. L'Associazione nazionale magistrati, come buona parte dell'opposizione, ha avuto bisogno di attendere che l'agguato fosse compiuto, prima d'intervenire. Il timore, come sempre, era quello di alzare i toni, d'infilarsi nella rissa. Ma, contro il terrorismo e la mafia ci vuole fermezza e coraggio. Se qualcuno ancora ce l'ha è venuto il tempo che lo dimostri.

Mediaset e i terroristi dell'etere, Peter Gomez, dal blog "Voglio Scendere"

sabato 17 ottobre 2009

Io, la mia scorta e il senso di solitudine



"Lo vedi, stanno iniziando ad abbandonarci. Lo sapevo". Così il mio caposcorta mi ha salutato ieri mattina. Il dolore per la protezione che cercano di farmi pesare, di farci pesare, era inevitabile. La sensazione di solitudine dei sette uomini che da tre anni mi proteggono mi ha commosso. Dopo le dichiarazioni del capo della mobile di Napoli che gettano discredito sul loro sacrificio, che mettono in dubbio le indagini della Dda di Napoli e dei Carabinieri, la sensazione che nella lotta ai clan si sia prodotta una frattura è forte.

Non credo sia salutare spaccare in due o in più parti un fronte che dovrebbe mostrarsi, e soprattutto sentirsi, coeso. Società civile, forze dell'ordine, magistratura. Ognuno con i suoi ruoli e compiti. Ma uniti. Purtroppo riscontro che non è così. So bene che non è lo Stato nel suo complesso, né le figure istituzionali che stanno al suo vertice a voler far mancare tale impegno unitario. Sono grato a chi mi ha difeso in questi anni: all'arma dei Carabinieri che in questi giorni ha mantenuto il silenzio per rispetto istituzionale ma mi ha fatto sentire un calore enorme dicendomi "noi ci saremo sempre".

Mi ha difeso l'Antimafia napoletana attraverso le dichiarazioni dei pm Federico Cafiero De Raho, Franco Roberti, Raffaele Cantone. Mi ha difeso il capo della Polizia Antonio Manganelli con le sue rassicurazioni e la netta smentita di ciò che era stato detto da un funzionario. Mi ha difeso il mio giornale. Mi hanno difeso i miei lettori.

Ma uno sgretolamento di questa compattezza è malgrado tutto avvenuto e un grande quotidiano se ne è fatto portavoce. Ciò che dico e scrivo è il risultato spesso di diversi soggetti, di cui le mie parole si fanno portavoce. Ma si cerca di rompere questa nostra alleanza, insinuando "tanti lavorano nell'ombra senza riconoscimento mentre tu invece...". Chi fa questo discorso ha un unico scopo, cercare di isolare, di interrompere il rapporto che ha permesso in questi anni di portare alla ribalta nazionale e internazionale molte inchieste e realtà costrette solo alla cronaca locale.

Sento di essere antipatico ad una parte di Napoli e ad una parte del Paese, per ciò che dico per come lo dico per lo spazio mediatico che cerco di ottenere. Sono fiero di essere antipatico a questa parte di campani, a questa parte di italiani e a molta parte dei loro politici di riferimento. Sono fiero di star antipatico a chi in questi giorni ha chiamato le radio, ha scritto sui social forum "finalmente qualcuno che sputa su questo buffone". Sono fiero di star antipatico a queste persone, sono fiero di sentire in loro bruciare lo stomaco quando mi vedono e ascoltano, quando si sentono messi in ombra. Non cercherò mai i loro favori, né la loro approvazione. Sono sempre stato fiero di essere antipatico a chi dice che la lotta alla criminalità è una storia che riguarda solo pochi gendarmi e qualche giudice, spesso lasciandoli soli.

Sono sempre stato fiero di essere antipatico a quella Napoli che si nasconde dietro i musei, i quadri, la musica in piazza, per far precipitare il decantato rinascimento napoletano in un medioevo napoletano saturo di monnezza e in mano alle imprenditorie criminali più spietate. Sono sempre stato antipatico a quella parte di Napoli che vota politici corrotti fingendo di credere che siano innocui simpaticoni che parlano in dialetto. Sono sempre stato fiero di risultare antipatico a chi dice: "Si uccidono tra di loro", perché contiamo troppe vittime innocenti per poter continuare a ripetere questa vuota cantilena.

Perché così permettiamo all'Italia e al resto del mondo di chiamarci razzisti e vigliacchi se non prestiamo soccorso a chi tragicamente intercetta proiettili non destinati a lui. Come è accaduto a Petru Birladeanu, il musicista ucciso il 26 maggio scorso nella stazione della metropolitana di Montesanto che non è stato soccorso non per vigliaccheria, ma per paura.
Sono sempre stato fiero di risultare antipatico a chi mal sopporta che vada in televisione o sulle copertine dei giornali, perché ho l'ambizione di credere che le mie parole possano cambiare le cose se arrivano a molti.

E serve l'attenzione per aggregare persone. Sarò sempre fiero di avere questo genere di avversari. I più disparati, uniti però dal desiderio che nulla cambi, che chi alza la testa e la voce resti isolato e venga spazzato via com'è successo già troppe volte. Che chi "opera" sulle vicende legate alla criminalità organizzata e all'illegalità in generale, continui a farlo, ma in silenzio, concedendo giusto quell'attenzione momentanea che sappia sempre un po' di folklore. E se percorriamo a ritroso gli ultimi trent'anni del nostro Paese, come non ricordare che Peppino Impastato, Giuseppe Fava e Giancarlo Siani - esposti molto più di me e che prima di me hanno detto verità ora alla portata di tutti - hanno pagato con la vita la loro solitudine. E la volontà di volerli ridurre, in vita, al silenzio.

Sono sempre stato fiero, invece, di essere stato vicino a un'altra parte di Napoli e del Sud. Quella che in questi anni ha approfittato della notorietà di qualcuno emerso dalle sue fila per dar voce al proprio malessere, al proprio impegno, alle proprie speranze. Molti di loro mi hanno accolto con diffidenza, una diffidenza che a volte ha lasciato il posto a stima, altre a critiche, ma leali e costruttive. Sono fiero che a starmi vicino siano stati i padri gesuiti che mi hanno accolto, le associazioni che operano sul territorio con cui abbiamo fatto fronte comune e tante, tantissime persone singole.

Sono fiero che a starmi vicino sia soprattutto chi, ferocemente deluso dal quindicennio bassoliniano, cerca risposte altrove, sapendo che dalla politica campana di entrambe le parti c'è poco da aspettarsi. Sono sempre stato fiero che vicino a me ci siano tutti quei campani che non ne possono più di morire di cancro e vedere che a governare siano arrivati politici che negli anni hanno sempre spartito i propri affari con le cosche. Facendo, loro sì, soldi e carriera con i rifiuti e col cemento, creando intorno a sé un consenso acquistato con biglietti da cento euro.

È stato doloroso vedere infrangersi un fronte unico, costruito in questi anni di costante impegno, che aveva permesso di mantenere alta l'attenzione sui fatti di camorra. È stato sconcertante vedere persone del tutto estranee alla mia vicenda esprimere giudizi sulla legittimità della mia scorta. La protezione si basa su notizie note e riservate che, deontologia vuole, non vengano rese pubbliche. Sono stato costretto a mostrare le ferite, a chiedere a chi ha indagato di poter rendere pubblico un documento in cui si parla esplicitamente di "condanna a morte". Cose che a un uomo non dovrebbero mai essere chieste.

Ho dovuto esibire le prove dell'inferno in cui vivo. Ho esibito, come richiesto, la giusta causa delle minacce. Sento profondamente incattivito il territorio, incarognito. Gli uni con gli altri pronti a ringhiarsi dietro le spalle. Molti hanno iniziato a esprimere la propria opinione non conoscendo fatti, non sapendo nulla. Vomitando bile, opinioni qualcuno addirittura ha detto "c'è una sentenza del Tribunale che si è espressa contro la scorta". I tribunali non decidono delle scorte, perché tante bugie, idiozie, falsità? Addirittura i sondaggi online che chiedevano se era giusto o meno darmi la scorta.

Quanto piacere hanno avuto i camorristi, il loro mondo, lì ad osservare questo sputare ognuno nel bicchiere dell'altro? Dal momento in cui mi è stata assegnata una protezione, della mia vita ha legittimamente e letteralmente deciso lo Stato Italiano. Non in mio nome, ma nel nome proprio: per difendere se stesso e i suoi principi fondamentali. Tutte le persone che lavorano con la parola e sono scortate in Italia, sono protette per difendere un principio costituzionale: la libertà di parola. Lo Stato impone la difesa a chi lotta quotidianamente in strada contro le organizzazioni criminali. Lo Stato impone la difesa a magistrati perché possano svolgere il loro lavoro sapendo che la loro incolumità fa una grande differenza.

Lo Stato impone la difesa a chi fa inchieste, a chi scrive, a chi racconta perché non può permettere che le organizzazioni criminali facciano censura. In questi anni, attaccarmi come diffamatore della mia terra, cercare di espormi sempre di più parlando della mia sicurezza, è un colpo inferto non a me, ma allo stato di salute della nostra democrazia e a tutte le persone che vivono la mia condizione. Sento questo odio silenzioso che monta intorno a me crea consenso in molte parti. Sta cercando il consenso di certa classe dirigente del Sud che con il solito cinismo bilioso considera qualunque tentativo di voler rendere se non migliore, almeno consapevole la propria terra, una strategia per fare soldi o carriera.

Ma mi viene chiesta anche l'adesione a un "codice deontologico", come ha detto il capo della Mobile di Napoli, il rispetto delle regole. Quali regole? Io non sono un poliziotto, né un carabiniere, né un magistrato. Le mie parole raccontano, non vogliono arrestare, semmai sognano di trasformare. E non avrò mai "bon ton" nei confronti delle organizzazioni criminali, non accetterò mai la vecchia logica del gioco delle parti fra guardie e ladri. I camorristi sanno che alcuni di loro verranno arrestati, le forze dell'ordine sanno in che modo gestire gli arresti che devono fare.

Lo hanno sempre detto a me, ora sono io a ribadirlo: a ognuno il suo ruolo. La battaglia che porto avanti come scrittore è un'altra. È fondata sul cambiamento culturale della percezione del fenomeno, non nel rubricarlo in qualche casellario giudiziario o considerarlo principalmente un problema di ordine pubblico.

Continuare a vivere in una situazione così è difficile, ma diviene impossibile se iniziano a frapporsi persone che tentano di indebolire ciò che sino a ieri era un'alleanza importante, giusta e necessaria. So che è molto difficile vivere la realtà campana, ma c'è qualcuno che ci riesce con tranquillità. Io non ho mai avuto detenuti che mi salutassero dalle celle, né me ne sarei mai vantato, anzi, pur facendo lo scrittore, ho ricevuto solo insulti. Qualcuno dice a Napoli che è riuscito a fare il poliziotto riuscendo a passeggiare liberamente con moglie e figli senza conseguenze. Buon per lui che ci sia riuscito. Io non sono riuscito a fare lo scrittore riuscendo a passeggiare liberamente con la mia famiglia. Un giorno ci riuscirò lo giuro.

Io, la mia scorta e il senso di solitudine, Roberto Saviano, La Repubblica

venerdì 16 ottobre 2009

Giustizia impotente nella lotta alla corruzione



Un allarmante numero di processi per corruzione che si chiudono per decorrenza dei termini nonostante vi siano prove schiaccianti contro gli imputati. Pubblici amministratori che rimangono al loro posto nonostante siano corrotti per mancanza di adeguate sanzioni disciplinari. Totale assenza di misure per contrastare e punire la corruzione di parlamentari e membri del governo, se non il difficile ricorso a un processo penale. E' il quadro desolante della giustizia e della corruzione in Italia, che emerge dal primo rapporto sul nostro paese diffuso oggi da Greco, organismo del Consiglio d'Europa che tiene monitorato il livello di corruzione. L'Italia è entrata nel gruppo di stati che fanno parte di Greco nel 2007.

Critiche al lodo Alfano, promosse le associazioni che combattono il pizzo

Nel rapporto, in cui si critica duramente anche il Lodo Alfano, le uniche parole positive sono rivolte alla magistratura, che "dimostra un chiaro impegno nel gestire con efficacia i processi per corruzione" e alla Confindustria e alle Camere di Commercio per le iniziative, come quella di minacciare l'espulsione dei membri che pagano il pizzo, intraprese per contrastare il fenomeno. Ma l'impegno degli uni e degli altri non è sufficiente a combattere la corruzione, che secondo numerosi studi condotti negli anni, nel nostro paese è diffusa e sistematica. I motivi fondamentalmente sono due: repressione spesso inefficace e insufficienti misure di prevenzione.

Le tattiche dilatorie per mandare i processi in prescrizione
Da un lato l'Italia ha delle leggi che permettono "a chi abbia un abile avvocato di utilizzare tattiche per ritardare il processo fino a che non scatta la decorrenza dei termini". Questo non solo fa sì che molti, anche in caso di prove inconfutabili a loro carico, sfuggano alle maglie della giustizia, rendendo misure come la confisca dei beni solo teoriche, perché per renderle effettive occorre una condanna. Ma porta anche molti giudici, che per ovviare al problema della decorrenza dei termini si concentrano sui casi di corruzione più gravi e di alto profilo, a "lasciar morire" i casi di corruzione di entità minore. Questo nel rapporto viene descritto come "un prezzo forse troppo alto da pagare" visto che sono proprio questi casi minori ad avere un effetto maggiore sulla vita dei cittadini, e la non azione porta le persone a ritenere la corruzione un fatto inevitabile. Greco arriva alla conclusione che "mentre le leggi penali in vigore e il duro lavoro dei magistrati per applicarle possono aver avuto un effetto decisivo agli inizi degli anni '90, sembrerebbe che attualmente occorrano soluzioni a lungo termine più elaborate, inclusa l'introduzione di meccanismi anti corruzione di tipo preventivo". Secondo Greco infatti le misure sinora introdotte sul fronte della prevenzione "sono timide".

22 raccomandazioni per sanare la situazione
Il rapporto del Consiglio d'Europa rivolge all'Italia 22 raccomandazioni per sanare la situazione e mettere il Paese in linea con gli standard stabiliti dall'organismo. Tra un anno e mezzo il governo dovrà rendere conto di come ha dato seguito a ciascuna raccomandazione e allora secondo Drago Kos, presidente di Greco, si potrà veramente valutare la volontà di combattere la corruzione del governo italiano.

Giustizia impotente nella lotta alla corruzione, Samanta Agrò, Il Sole 24 Ore

giovedì 15 ottobre 2009

I nuovi fascismi mascherati e la sinistra smarrita


Dialogo tra Paolo Flores d’Arcais e José Saramago


Nel tuo “Quaderno” scrivi: “Che penserà Dio di Ratzinger e della Chiesa cattolica apostolica romana?”. Ironicamente, perché per avere una risposta - sottolinei - bisognerebbe prima dimostrarla, l’esistenza di Dio, il che è impossibile. Ma citi anche Hans Küng, il più grande teologo cattolico vivente, quando riconosce che “le religioni non sono mai servite ad avvicinare tra loro gli essere umani”. Ora, Ratzinger, da quando è diventato Papa, pretende che tutti i parlamenti dell’Occidente debbano imporre a tutti i cittadini, credenti o meno, leggi che obbediscono alla volontà di Ratzinger stesso, in tutto ciò che riguarda il sesso, la vita, la morte, la ricerca scientifica (dal preservativo alla pillola alle staminali, dall’aborto all’eutanasia …). Ratzinger sostiene che solo se si segue il principio “sicuti Deus daretur” (ma quale Dio? E chi ne interpreta la volontà?) le democrazie possono evitare il collasso nel nichilismo. Molti laici si piegano. In Italia il parlamento sta approvando una legge che obbliga al sondino per la nutrizione artificiale anche la persona in coma chi ha deciso di rifiutarlo. Ratzinger sarà così il padrone dei nostri corpi, un vero e proprio ritorno al medioevo. Non so cosa pensi Dio di Ratzinger, ma cosa ne pensa José Saramago?

Saramago - Ratzinger è nulla più che un dettaglio. Un dettaglio di una istituzione mastodontica che pesa come un macigno sulla coscienza dell’uomo. Che Ratzinger abbia il coraggio di invocare Dio per rafforzare le sue mire di un neo-medievalismo universale, un Dio che non ha mai visto, con il quale non si è mai seduto a prendere un caffè, dimostra solamente l’assoluto cinismo intellettuale del personaggio. Mi sono sempre considerato un ateo tranquillo perché l’ateismo come militanza pubblica mi sembrava qualcosa di inutile, ma ora sto cambiando idea. Alle insolenze reazionarie della Chiesa Cattolica bisogna rispondere con l’insolenza dell’intelligenza viva, del buon senso, della parola responsabile. Non possiamo permettere che la verità venga offesa ogni giorno dai presunti rappresentati di Dio in terra ai quali in realtà interessa solo il potere. Alla Chiesa nulla importa del destino delle anime, quello che ha sempre voluto è il controllo sui corpi. La ragione può essere una morale. Usiamola.

Flores d'Arcais - Nel tuo libro hai dedicato parecchie pagine al giudice Baltasar Garzon che ci ha fatto capire l’importanza di "non diventare vili nemmeno una volta, per non diventare vili per sempre”. Il giudice Garzon, sottolinei, è oggetto di un vero e proprio tiro al bersaglio perché alimenta le speranze di chi vuole che la giustizia sia “eguale per tutti”. E’ lo stesso tiro al bersaglio che si è fatto in Italia contro i magistrati di Mani Pulite, e si continua a fare contro quelli antimafia, o che scoperchiano intrecci tra criminalità, affari, istituzioni (vedi l’ultimo caso, De Magistris, costretto a rinunciare alla toga e candidarsi alle europee). Eppure un tempo “law and order” era la bandiera della destra (almeno a parole). Non sarà che a privilegiati e reazionari interessa solo l’ “order” della sopraffazione, in nome della “law” finché si dimostra docile ai potenti, ma contro la legge, non appena un giudice la prenda sul serio nei confronti di tutti?

Saramago - Sostanzialmente non dobbiamo confondere legge e giustizia. La legge può essere rivolta contro la libertà, la giustizia può essere snaturata nella pratica quotidiana. Legge e giustizia sono strumenti che hanno bisogno di una revisione continua, incessante, instancabile da parte di cittadini consapevoli. Non saprei in che modo si possa raggiungere questo obiettivo, però bisogna trovare la maniera di infondere alle istituzioni giudiziarie l’anelito di giustizia che ha sempre caratterizzato la specie umana. Non sto pensando ad una società ideale, penso – questo sì – ad una società libera, capace di correggere da sola il proprio operato. Il ruolo dell’istruzione dovrebbe essere fondamentale, ma proprio per questo è necessario riformare tutto il sistema scolastico, dalle scuole primarie all’università. Che lo si voglia o no, la celebre frase scritta sui muri della Sorbona, “vietato vietare”, apparentemente così rivoluzionaria, è stato un cattivo servizio reso alla democrazia.

Flores d’Arcais - Ci sono due pagine bellissime in cui ricordi un tuo viaggio a Napoli e un incontro enigmatico e inaspettato col mondo della camorra. Le hai dedicate all’impegno e al coraggio di Roberto Saviano, e attraverso di lui alla necessità che lo scrittore, anche a rischio di essere “condannato a morte”, come Rushdie, come Saviano, non dimentichi di essere in primo luogo un cittadino. Scrivi addirittura: “mi sento umile, quasi insignificante, di fronte alla dignità e al valore dello scrittore e giornalista Roberto Saviano, maestro di vita”. Oggi il “pensiero unico” irride l’intellettuale impegnato, del resto sempre più raro. Ma il disimpegno di tanti scrittori e intellettuali non è uno degli elementi della crisi delle democrazie?

Saramago - Credo che sia una delle cause, ma non la sola. La democrazia realmente esistente va giudicata e ridiscussa tutti i giorni perché tutti i giorni si va degradando un poco di più. Stiamo vivendo una serie di crisi che si rafforzano a vicenda: crisi dell’autorità, crisi della famiglia, crisi dei costumi, crisi morale in generale e l’elenco potrebbe essere interminabile. A mio giudizio una società disimpegnata come la nostra difficilmente può generare scrittori e intellettuali impegnati. Non siamo le guide delle masse, ma al contrario molte volte ci lasciamo condizionare da esse. Se la democrazia è in crisi, prendiamoci la nostra parte di colpa, ma affrontiamo anche le responsabilità degli altri, non siamo gli unici responsabili.

Flores d’Arcais - L’Italia è al 44esimo posto nella graduatoria della stampa libera di “Reporters sans frontieres”, distanziata perfino dal Mali e dal Ghana (il Portogallo è al 16esimo). Ma l’Italia è anche il Paese dove riescono straordinarie manifestazioni di massa organizzate dalla società civile (spesso in polemica con i partiti di “opposizione”, pavidi e assenti): dal milione di cittadini nel “girotondo” del settembre 2002, fino alle centinaia di migliaia di una settimana fa, una sorta di gigantesco fiume carsico che ogni tanto si inabissa ma che da anni non scompare mai. Ti sembra manicheo parlare di due Italie, completamente diverse per valori e per civiltà, diverse quasi antropologicamente? E che effetto ti fanno?

Saramago - In ogni Paese ci sono almeno due Paesi, a volte tre o quattro. Tuttavia, per quanto una manifestazione possa essere importante non credo la si debba prendere come l’annuncio di un imminente cambiamento. Mi importa molto di più l’azione quotidiana che tiene desta l’attenzione dei cittadini e consente risposte rapide. Ho ancora presente la rivoluzione portoghese che in alcune circostanze sembrava non fosse assolutamente in grado di fare fronte in questo modo al modificarsi della realtà. E la realtà italiana di oggi vede un Berlusconi che fin qui ha avuto buon gioco sugli sforzi dell’opposizione, perché si è trattato di un’opposizione vana, poco dotata di idee e divisa in tendenze, gruppi e interessi personalistici e di “parrocchia”.

Flores d’Arcais - Al sostantivo “criminale” o “delinquente” i dizionari riportano come definizione: colpevole di reati (o delitti, o crimini). Berlusconi è stato riconosciuto responsabile molte volte (cfr. Gomez-Travaglio “Se li conosci li eviti”, p. 56-59). Ma se qualcuno in televisione prova solo a chiamarlo con il titolo che gli spetta (da ultimo l’onorevole Di Pietro) si scatena un putiferio di interruzioni e minacce. Da scrittore e da democratico, che effetto ti fa questa sovversione del significato delle parole, a cui quasi tutti i media in Italia si piegano, per compiacere Berlusconi?

Saramago - La parola è una delle prime vittime del dispotismo di tutti i colori. Purtroppo è la stessa società che collabora con falsa innocenza a questa operazione di cosmesi politica che parte dall’alto. Ma i maggiormente colpevoli sono quei mezzi di comunicazione che adottano prontamente la voce del padrone anche quando danno l’impressione di contestarla. Il processo di inganni cui tutti siamo sottoposti permanentemente ha molti capitoli. La perversione della parola e’ uno di questi capitoli e non certo dei meno minacciosi.

Flores d’Arcais - E’ storia ormai nota che il tuo “Quaderno” (che dopo un week end nelle librerie è già in classifica) doveva uscire da Einaudi, che però lo ha rifiutato. Non ti chiedo un giudizio sui vertici Einaudi, sei troppo “signore” per maramaldeggiare. Ma in Italia esiste ormai un problema dilagante di servitù volontaria. E cosa ti sembra più pericoloso per il dilagare di un regime anti-democratico?

Saramago - A mio giudizio é più pericolosa la servitù volontaria che trasforma l’asservito in complice dichiarato. Del resto, per “il capo” la servitù volontaria è la cosa più vantaggiosa perché gli consente l’alibi di negare ogni censura, di negare di aver mai ordinato a qualcuno di proibire questa cosa o quell’altra. E’ stato, credo, il caso della Einaudi. L’eccessiva prudenza dei suoi dirigenti é arrivata al punto da far fare loro una cosa che probabilmente nessuno aveva imposto.

Flores d’Arcais - In Italia la sinistra, tutte le volte che sceglie una posizione “moderata” (in realtà subalterna) recita la litania della necessità di “scegliere il male minore” e accontentarsi. Ma già oltre mezzo secolo fa, denunciando il clima montante del maccartismo, Hannah Arendt ricordava “il nesso assai stretto che esiste tra il male minore e il male maggiore”, poiché “lungi dal proteggerci dai mali maggiori, i mali minori ci hanno invariabilmente condotto ai primi”. Tu segui con attenzione le vicende politiche italiane. Come spieghi il masochismo dei dirigenti della sinistra? Stupidità, opportunismo, omologazione all’establishment, corruzione e altri interessi inconfessabili?

Saramago - Credo che pochi abbiano riflettuto sull’ipotesi che quanto sta ora accadendo affondi le sue radici nel compromesso storico. Non sono un esperto di politica italiana, però ho sempre avuto la sensazione che con il compromesso storico sarebbe iniziata la decadenza della sinistra italiana. Se sono in errore, gradirei che me lo dimostrassero. Con il passare del tempo quello che all’epoca qualcuno poteva considerare un atto di patriottismo si è andato trasformando in un processo molteplice di corruzioni di diverso tenore, che alla fine hanno fatto dell’Italia il prototipo per eccellenza di dove porti l’incapacità di valutare le conseguenze di una scelta. I risultati sono sotto i nostri occhi.

Flores d’Arcais - La sinistra in Europa viene sempre più spesso sconfitta. E anche quando vince prepara la prossima sconfitta concretizzando intanto un programma di destra. Sembra aver rinunciato al compito di realizzare (o almeno approssimare, ma instancabilmente) tutti e tre i famosi valori: “libertà, eguaglianza, fratellanza”. La parola “eguaglianza” è stata addirittura bandita dal vocabolario dei politici della sinistra, come fosse una malattia. Ma senza l’impegno per l’eguaglianza a cosa può servire una sinistra? E non sarà che le sue sconfitte nascono proprio da questo tradimento?

Saramago - Se così stanno le cose difficilmente il problema potrà essere risolto. Una cosa è infatti promettere l’eguaglianza, altra cosa è realizzarla nella realtà. Volendo, si possono sempre trovare dei motivi per rimandare la concretizzazione della più solenne delle promesse. La cosa più terribile che caratterizza la sinistra sul piano internazionale è comunque l’assenza di idee. La destra non ha bisogno di idee per governare (Berlusconi non ne ha alcuna), mentre la sinistra se non ha idee non ha più nulla da dire ai cittadini. Se non mi sbaglio troppo, questo è il problema centrale.

Flores d’Arcais - L’antifascismo è la radice moderna della democrazia in Europa, esattamente come l’illuminismo e le grandi rivoluzioni “borghesi” ne costituiscono la radice più lontana. Poiché si fa un gran parlare di inserire nella Costituzione dell’Europa un richiamo alle sue radici culturali e storiche, non sarebbe il caso di pretendere il richiamo a queste radici, i lumi e la Resistenza?

Saramago - Ci sono troppi compromessi, troppi giochi sporchi nell’alta come nella bassa politica perché qualcuno trovi il coraggio di proporlo. Credo anzi che in Europa il fascismo attaccherà in forze nei prossimi anni e che dobbiamo prepararci ad affrontare l’odio e la sete di vendetta chei fascisti stanno alimentando. Sia chiaro, si presenteranno con maschere pseudo-democratiche, alcune delle quali circolano già tra noi. Non dobbiamo lasciarci ingannare. Mi raccomando.

I nuovi fascismi mascherati e la sinistra smarrita, Micromega